L’OTTAVA VOLTA

L’OTTAVA VOLTA

Quando Adolf  Hitler morì fu subito condotto, come tutti quelli che muoiono, al cospetto di COLUI CHE NON HA NOME a render conto, come tutti coloro che muoiono, della vita che hanno appena lasciato. COLUI CHE NON HA NOME come per tutti quelli che muoiono, convocò l’assemblea del giudizio e disse:

“ Chi può parlare a favore di quest’uomo lo faccia.”

Allora si alzarono molti: “Egli  è stato un bravo comandante”…. “Per molto tempo ci ha condotti alla vittoria”. “Ha ristabilito l’ordine”…. “Ha fatto grande la Germania”…Ma più essi parlavano più appariva grande la contraddizione della guerra perduta, del fine mancato, del cammino inutile, e più essi parlavano più Adolf Hitler si faceva piccolo, come se quelle voci non parlassero a favore di lui ma contro di lui.

Egli aveva sempre misurato gli uomini dal loro successo. Il loro insuccesso era sempre stato per lui colpa gravissima e motivo sufficiente di condanna. Avrebbe voluto andarsene, sottrarsi a quegli elogi scomodi, ma non poteva…

Poi, quando costoro ebbero finito, COLUI CHE NON HA NOME  disse:

“Chi deve parlare contro quest’uomo ora lo può fare”.

Allora una moltitudine immensa si alzò.

Essi portavano sulla loro carne la prova stessa della loro accusa: i corpi straziati non avevano bisogno di parole, e, quasi a rendere altra testimonianza comparvero le montagne di cadaveri dei campi di concentramento, di quei poveri corpi finiti dalla fame, le montagne di capelli messi da parte per il loro utilizzo nell’industria delle parrucche, la montagna dei denti d’oro… e poi tutti gli altri morti a causa delle guerre di invasione e dell’ultima grande guerra, i corpi straziati dalla mitraglia, dalle schegge, dalle mine, dai bombardamenti,  dal crollo delle macerie, dalla carestia, dalle epidemie; i corpi torturati dalle SS, dagli esperimenti chirurgici, le fucilazioni dei civili, gli eccidi…

Un immenso grido di dolore si levò da tutti quei milioni e milioni di bocche: un grido di accusa, una richiesta di giustizia che Adolf Hitler non poteva sostenere.

COLUI CHE NON HA NOME  lo guardò severamente negli occhi e gli disse: “Qual gran  male hai mai ricevuto per averne  restituito tanto?  Come è possibile che un uomo solo possa esser stato causa di tanta iniquità e tanto dolore ? Qual potentissimo veleno ti ha così interamente pervaso da trasformare in morte e distruzione tutto ciò che ha avuto la  disavventura di cadere sotto il tuo sguardo ? Tra tutti gli uomini che ti hanno preceduto molti hanno commesso orribili misfatti, molti hanno cosparso la terra di sangue, hanno devastato città e nazioni e orribilmente torturato i loro simili, ma nessuno ha mai fatto tanto scempio come te; tu sei stato il campione del male, la più feroce fra tutte le belve, la più triste fra tutte le mie creature !”

Allora Adolf Hitler osò alzare gli occhi su COLUI CHE NON HA NOME  fino a sostenerne con sfida lo sguardo, poi disse: “Tu mi giudichi perché  sei più forte di me ed il tuo potere mi sovrasta così come il mio potere ha sovrastato i miei simili. Tra me e te non vi è alcuna differenza poiché ciascuno esercita il potere che ha. L’unica differenza consiste solamente nel fatto che tu hai più potere di tutti per cui tu non puoi essere sottoposto al giudizio di alcuno, ma se vi fosse qualcuno più grande di te anche tu dovresti rendergli conto così come ora io faccio con te. E’ vero, io ho arrecato molta sofferenza al mio tempo, ma forse che tu ti preoccupi del dolore di cui sei causa? Chi è il padrone della natura, chi comanda alla malattia di colpire o al terremoto di distruggere o al vento di devastare ? Chi fa piovere o non piovere? La carestia che segue la siccità è migliore dei miei campi di sterminio? L’epidemia che decima la popolazione o il terremoto che distrugge le città o l’uragano che inonda e devasta o lo tsunami che sconvolge e stermina paesi interi  sono forse più benigni delle mie guerre? Ti preoccupi forse del dolore che tu arrechi  alla partoriente o non guardi piuttosto al frutto che essa genera? La mia colpa consiste nel non essere riuscito a portare a termine il mio progetto che avrebbe fatto del mondo un luogo perfetto:  solo per questo sono colpevole, non per altro.  Se il mio progetto fosse andato a buon fine ora tu mi giudicheresti in modo diverso “.

Allora scese in quel luogo una grande nebbia, una nebbia fredda e grigia, poiché in quel luogo COLUI CHE NON HA NOME  si manifestava. Infatti COLUI CHE NON HA NOME    si era profondamente rattristato poiché le parole di quell’uomo erano andate a colpire il suo punto dolente, il suo nervo scoperto. Se le parole di quell’uomo fossero state solo di quell’uomo non avrebbero meritato risposta poiché lui non aveva vissuto sulla sua carne l’esperienza di quello che aveva detto ma si era servito di quegli argomenti solo per giustificare la sua malvagità; ma le parole di quell’uomo si erano unite al coro della moltitudine, alla miriade di voci che sin dall’albore del tempo aveva formato un unico, grande, ininterrotto e straziante grido che era salito fino a lui a chieder conto del perché del dolore, ed a quel grido COLUI CHE NON HA NOME  non era insensibile perché quelle moltitudini gli erano care. Così COLUI CHE NON HA NOME  prese a parlare, ma non tanto per quell’uomo quanto per  tutti coloro che erano intorno e che silenziosamente lo guardavano aspettando le sue parole.

“Quando io feci Adamo in tutto lo feci simile a me, in tutto tranne che in una cosa: non feci Adamo onnipotente poiché non è possibile  più di una onnipotenza, infatti se vi fossero due onnipotenze l’una limiterebbe l’altra e quindi non sarebbero più tali. Adamo era una creatura e non poteva essere uguale al suo creatore. Ma una cosa io detti ad Adamo così grande che per essa io ho rinunciato alla mia onnipotenza: io detti ad Adamo la libertà. In quel momento stesso in cui Adamo nasceva uomo libero io non ero più il padrone del bene e del male. Da quel momento non vi sarebbe stato più un bene ed un male uguale per tutti ma mille strade tracciate da ogni uomo tra il bene ed il male, ed ognuna di quelle strade sarebbe stato il frutto della scelta di quell’ uomo, l’esercizio della sua libertà ma anche il prezzo della sua libertà.

Poi COLUI CHE NON HA NOME  raccontò loro una parabola:

“Vi era un padre ricco che aveva molti figli: essi vivevano nell’ozio e nell’abbandono tanto, pensavano, nostro padre provvederà ad ogni nostra necessità, e non si davano da fare per costruire la loro vita ed il loro futuro. Quel padre era molto triste poiché l’assenza di ogni progetto nei suoi figli, il non prendersi la propria vita in mano ne faceva dei parassiti e degli esseri vuoti ed inutili per cui si disse: “ Essi sono così perché si sentono al riparo dalle asperità della vita. Le mie ricchezze sono la loro rovina. E’ necessario che io mi liberi dalle mie ricchezze affinché loro possano crescere e vivere.” Così fece: Vendette la sua bella casa e tutte le cose che possedeva e ne dette il ricavato ai poveri, poi convocò i suoi figli e disse loro: “ Da oggi siamo poveri ed ognuno di noi, se vorrà vivere, dovrà guadagnarsi il proprio sostentamento.” Quei figli non credettero al loro padre, essi pensarono: “Nessuno è così pazzo da vendere e regalare tutto quello che ha ai poveri, lui ha fatto finta di disfarsi di tutto per farci credere di essere poveri ma in realtà ha nascosto le sue ricchezze e le tirerà fuori quando serviranno.” Così nessuno di loro si dette da fare e quando il cibo finì essi ebbero fame ed andarono dal loro padre. “Padre dacci da mangiare poiché abbiamo fame” ma il loro padre  rispose: “Non ho nulla da darvi se non quel poco che ho guadagnato con la fatica delle mie mani. “ Allora questi presero ad inveire contro di lui ed a lamentarsi: “Tu non ci ami, tua è la responsabilità di averci generato  ma non ti importa di farci soffrire.” Allora quel padre si sentì ferito da quelle parole: “ma come è possibile, si disse, io per farli vivere,  per amor loro ho rinunciato a tutte le mie ricchezze ed ora mi accusano di non amarli.” Quel grido di dolore che saliva da loro era tanto più doloroso quanto ingiusto, ma per quanto egli facesse o dicesse essi non lo credevano e continuavano ad accusarlo ed a pretendere che egli dissotterrasse le sue ricchezze e provvedesse a loro. Cosi lui pensò: “Se io mi siedo in mezzo a loro e condivido la loro fame forse essi mi crederanno e sapranno quanto li amo ed a quanto ho rinunciato per il loro bene. Cosi fece, si sedette in mezzo a loro e lasciò che la fame attanagliasse le sue viscere. Nel vederlo così ridotto alcuni dei suoi figli pensarono: “Se lui condivide le nostre sofferenze vuol dire che non ha il potere per farle cessare” così credettero in lui, lo abbracciarono ed andarono a procacciarsi un lavoro. Altri invece pensarono: “Egli finge ancora ma se resisteremo egli sarà costretto a tirar fuori le sue ricchezze, se non altro per salvare se stesso.” Così continuarono ad imprecare e a maledire fino a quando le forze non li abbandonarono. Lui tristemente li guardava morire ed in cuor suo si diceva: “Che altro posso fare se non condividere la loro sorte e morire con loro? La mia morte sarà la prova della mia innocenza e del mio amore poiché la loro accusa mi è più insopportabile della mia morte stessa. Così essi perirono insieme a lui perché non avevano creduto in lui.

L’uomo chiamato Adolf Hitler allora sorrise e come colui che pensa di aver trovato un punto debole nel ragionamento del suo avversario, si preparò al contrattacco: “ Se ho ben capito tu sei il padre buono della parabola, le ricchezze del padre sono la tua onnipotenza, i figli sono il genere umano e la fame dei figli è il male che colpisce l’umanità. Tu hai rinunciato all’esercizio del tuo potere per costringere l’umanità a crescere e ad assumersi le proprie responsabilità ed il lamento di coloro che vorrebbero essere protetti contro il male dall’ombrello della tua onnipotenza è il grido dei figli che chiedono al padre di essere sfamati. Quindi il male non è più sotto la tua potestà così come le ricchezze non erano più nella disponibilità del padre della parabola, eppure tu, prima di rinunciare alla tua onnipotenza hai creato l’uomo ma lo hai voluto mortale. Se tu avessi amato veramente l’uomo potevi farlo vivere per sempre ed invece hai preferito stabilire un termine alla sua vita come se la vita dovesse pagare il prezzo del suo essere al suo creatore. Cosa vi può essere di buono nella morte? Eppure tutti gli uomini sono in suo potere e tutti, buoni o cattivi, ne subiscono il dominio. E allora come puoi aver rinunciato alla tua onnipotenza a favore di un uomo di cui nulla ti importa?

COLUI CHE NON HA NOME: “Quando io feci Adamo lo feci per l’eternità, ma  Adamo volle misurarsi su di me: la sua sete di onnipotenza lo fece scontrare con  ciò che non poteva sostenere. Fu la vergogna per il suo fallimento che lo fece allontanare da me  e gli rese insopportabile la mia vista. Io non gli dissi di morire, ma fu la vergogna del suo fallimento, che gli gridava dentro così forte, ad opprimerlo e a dirgli di morire. Fu  la vergogna a farlo sentire nudo di dentro e di fuori e fu la vergogna a fargli desiderare di non essere più davanti a me, ma dovunque egli andasse era sempre al mio cospetto per cui desiderò di non essere più da nessuna parte o, semplicemente, non essere. Per questo egli inventò e scelse la morte; ma io lo avevo creato per l’eternità e per l’eternità doveva rimanere Adamo. Così Adamo fu richiamato dalla morte e tornò a nascere di nuovo ma non era nuovo poiché  se fosse stato tale non sarebbe stato Adamo. Così egli portava dentro di se il ricordo profondo di ciò che era stato affinché  il nuovo Adamo affondasse le sue radici nel vecchio. Ma anche il ricordo profondo gridava ad Adamo la propria  vergogna e lo fece morire nuovamente. Per sette volte nacque Adamo e per sette volte Adamo morì per la colpa del primo Adamo. Ogni volta che Adamo rinasceva il ricordo di ciò che era stato si inabissava sempre di più  dentro di lui cosicché l’ottava volta che Adamo nacque non ricordò più di essere stato Adamo.

Hitler: “ C’è contraddizione in quello che tu dici, infatti  tu dici che è stata la vergogna del suo fallimento a far morire Adamo e che  per il ricordo di quel fallimento Adamo ha continuato a morire  altre sette volte. Ora se è stata la vergogna a far morire Adamo e non la tua volontà, dimenticata la vergogna dopo la settima vita, Adamo non avrebbe dovuto morire più! Inoltre perché Adamo muore nella sofferenza? Se la morte fosse stata  solo la sua voglia di non essere più perché morire nella sofferenza ?

COLUI CHE NON HA NOME : “ Adamo continuò a morire poiché anche se Adamo  non  ricordava più di essere stato Adamo, era pur sempre stato fatto a mia immagine e somiglianza e continuava ad essere pervaso dal desiderio di onnipotenza. Inevitabilmente egli si scontrava con il proprio limite e continuava così a sperimentare la vergogna del proprio fallimento, e la vergogna di sé continuava ad essere insopportabile ai suoi stessi occhi. Ovunque Adamo tentasse di nascondersi non poteva sottrarsi ai suoi stessi occhi per cui continuò a desiderare di non essere da nessuna parte. Inoltre il continuo fallimento reiterato gli toglieva forza e fiducia  nelle proprie capacità e la paura e la vergogna di fallire nuovamente lo portavano progressivamente a non tentare più, a non agire più e quindi a congelarsi nell’immobilità della stasi. Il bisogno di morire diventava quasi una necessità per potersi togliere da quella situazione di  “non vita”. Così come colui che è causa del suo male trova orrido sfogo nell’incolpare e punire se stesso, così Adamo continuò a desiderare di voler morire ma in più si impose di voler morire con sofferenza: morire per sottrarre la propria vergogna al mio ad al suo stesso cospetto, morire per sfuggire alla stasi dovuta alla propria impotenza ed inettitudine  e soffrire per punirsi di aver fallito. La morte perciò non venne voluta da Adamo solo come fuga ma anche come autopunizione per cui essa assunse contorni orribili ed implicazioni paurose.  Non sono stato io a volere tutto questo, ma è stato Adamo nella sua libertà a farlo.

Hitler:  “ Se quello che tu dici è vero, l’uomo non ha alcuna possibilità di non morire, perché, come tu hai detto, è viziato all’origine da un desiderio di onnipotenza che non potrà mai realizzare e che lo  porterà inevitabilmente a morire, desiderio che gli viene dall’essere stato creato a tua immagine e somiglianza. Averlo fatto così è come avere scelto per lui la morte stessa. Dove è allora tutto quell’amore che tu dici di  avere per l’uomo?

COLUI CHE NON HA NOME : “ Io ho creato l’uomo a mia immagine e somiglianza affinché l’uomo avesse il massimo di quello che potevo dargli e, soprattutto, una dignità che non potesse essere messa in discussione: se io che sono l’ Onnipotente ho rinunciato alla mia onnipotenza per amore dell’uomo, anche l’uomo per amore di sé stesso e del suo simile deve riuscire a rinunciare a tale desiderio che, oltre tutto, non potrà mai realizzare.  Il potere di uno va contro alla dignità di tutti e contro alla libertà di tutti. La libertà e la dignità di tutti può esistere solo se ciascuno rinuncia ad esercitare l’uso del potere.

Adolf Hitler: “Ma rinunciare all’uso del potere equivale a rinunciare alla propria volontà. Che libertà è mai quella esercitata senza volontà ? E poi è facile per te parlare così, tu sai tutto, ma l’uomo conosce solo i propri bisogni ed i propri desideri. Come può riuscire a rinunciare a sé stesso ed alla sua natura ? No! averlo creato così è come averlo creato per la morte, e allora dove è tutto il tuo amore ?

“ Io, per amore di Adamo e della sua discendenza, per interrompere questo meccanismo perverso, ho mandato il mio Figlio affinché Adamo imparasse dal suo insegnamento a volere ciò che è giusto e bene volere, cosicché il fallimento, se vi fosse stato, non fosse più di Adamo ma della giustizia e dell’amore. Ma la giustizia e l’amore non possono fallire perché il seme gettato oggi deve morire per dare il suo frutto domani e la morte del seme non è il fallimento ma il  trionfo del frutto che deve venire.

Per sottrarre Adamo al suo fallimento ed al suo bisogno di morire ho mandato  il Giusto a sovvertire il senso delle cose cosicché lo sconfitto dal mondo si sentisse vittorioso per il mio Regno, il debole prevaricato dal mondo e quindi il più esposto di tutti al fallimento si sentisse l’eletto per il mio Regno e l’ultimo, dimenticato dal mondo, fosse il primo di tutti a sperimentare la buona novella, infatti tutti si scontrano  con la propria sconfitta tranne coloro che hanno fatto della sconfitta secondo il mondo il presupposto della  propria vittoria secondo il Regno. Chi cerca il proprio tornaconto non sempre lo trova, e anche se lo trova continuerà ad aumentare le proprie richieste fino a quando non potrà più essere esaudito, ma chi cerca il tornaconto altrui lo trova sempre. Questo modo di pensare non sottrae l’uomo all’uso della propria volontà e quindi alla propria libertà, ma anzi è proprio con l’uso della propria volontà, in perfetta libertà, che queste cose possono compiersi. Il mio figlio unigenito sì è consegnato nelle mani dei suoi aguzzini ed è morto ma non ha fallito perché ha fatto la mia volontà e non la sua, e la morte ha perduto il suo potere su di lui e non ha potuto trattenerlo poiché Egli non aveva bisogno di sottrarsi al mio cospetto ed al suo per la sua vergogna perché non provava alcuna vergogna ma anzi è risorto nella gloria. Se l’uomo imparerà dal mio unigenito a fare la mia volontà e non la sua egli non morirà più in eterno.”

Hitler: “ A me sembra che ci sia ancora contraddizione in quello che dici: prima infatti hai affermato che hai voluto creare l’uomo libero ed ora dici che se l’uomo non vuole morire deve fare la tua volontà e non la sua. Non ti sembra che queste due cose siano inconciliabili tra di loro ?”

“ Sarebbero inconciliabili se io fossi un Dio capriccioso e la mia volontà fosse volubile ma io non sono un Dio capriccioso e non chiedo che l’uomo faccia nulla per me ma che egli limiti la propria libertà per lasciare spazio alla libertà del suo prossimo. Il mio regno è il luogo della relazione ed essa non può estrinsecarsi altro che nella  concordia e nell’amore. Nel mio Regno ogni uomo si sentirà importante non perché avrà più potere degli altri uomini ma perché si sentirà amato e valorizzato per quello che è. Ogni uomo ha i suoi carismi ed ogni uomo è diverso da tutti gli altri. Se ognuno si sentirà apprezzato ed amato per quello che è ed i suoi carismi verranno valorizzati, non avrà più bisogno di cercare nel potere l’affermazione di sé e potrà vivere in armonia con tutti gli altri. Se la mia volontà fosse quella di pretendere che l’uomo andasse contro sé stesso allora avresti ragione, ma la mia volontà è che l’uomo realizzi sé stesso.”

Il “Giusto” ha preso su di sé, per amore di Adamo, il peccato di Adamo ed è morto, come Adamo è morto, per quel peccato, ma il Giusto ha sperimentato sulla sua carne l’ira dell’impotenza di Adamo e la violenza del suo delirio di onnipotenza non la propria.

Adamo, a causa della vergogna del suo fallimento, si è allontanato da me e si è nascosto nella morte. Io ho lasciato che il mio Figlio Unigenito entrasse nella morte per riportarmi Adamo cosicché Adamo sappia che nulla di ciò che è suo mi è estraneo, nemmeno la sofferenza e la morte che pure io non ho creato ma che da lui stesso è stata voluta e cercata.

Io non imputerò ad Adamo il suo  peccato poiché è mia la responsabilità di avere fatto Adamo così come è.

Però sappia Adamo, e con lui lo sappiano tutti i suoi figli, che io prendo Adamo e  tutto ciò che lui ha generato, così come è, né egli si vergogni più della propria condizione, giacché  io la conosco interamente e l’accetto,  poiché il mio amore è più forte della sua vergogna

Se il “Giusto” non si è vergognato di portare il peccato di Adamo, nemmeno Adamo si vergogni più di essere se stesso, nudo di dentro e nudo di fuori, al mio cospetto e  non senta più il bisogno di nascondersi nella morte”.

Poi COLUI CHE NON HA NOME  rivolse ancora gli occhi su Adolf Hitler e vide che la durezza di quell’uomo gli aveva reso il cuore arido e gli aveva accecato il giudizio e allora disse:

“ Il tuo orgoglio e la tua presunzione ti hanno reso cieco e sordo. Non  hai voluto vedere lo scempio della tua falce né hai voluto sentire il fragore delle urla delle tue vittime. Tu hai pensato di poterti ergere al di sopra  del bene e del male, anzi ti sei costituito padrone del bene e del male, hai creduto di poter fondare la  nuova morale,  le nuove regole, come se fosse possibile costituire un’altro ordine. Quando io ho stabilito il confine, quando ho posto i paletti  tra il bene ed il male non l’ho fatto per esercitare il mio potere ma perché l’uomo vivesse. Chi infrange la legge porterà sé stesso ed i suoi seguaci alla rovina, e non perché così io ho stabilito ma perché quelle sono le leggi della vita e chi va contro di esse va contro alla vita. Le mie leggi non sono il segno del mio potere ma la manifestazione del mio amore.

Adolf Hitler non disse più nulla, poiché non aveva più argomentazioni da portare a sostegno della sua tesi, ma nel suo silenzio c’era il cruccio di chi si sentiva battuto, non convinto.

Allora COLUI CHE NON HA NOME, di fronte alla durezza del cuore di quell’uomo disse: “Affinché tu abbia a vedere che non vi può essere  alcuna giustificazione al tuo operato,  ti mostrerò ora cosa sarebbe accaduto se il tuo progetto fosse giunto a compimento “.

Improvvisamente Adolph Hitler si vide proiettato di nuovo nel suo tempo, nel suo ufficio bunker di Berlino. La guerra stava volgendo al peggio e l’ultima speranza sembrava esser rimasta quella sulla nuova arma che i suoi scienziati stavano studiando nella base segreta del Baltico: ed ecco che il suo segretario personale gli annuncia la notizia tanto attesa: l’arma è pronta e può essere usata.

Bastano due bombe: una su Londra ed una su New York e gli alleati sono costretti alla resa.

La vittoria è giunta appena in tempo: la Germania è rasa al suolo, le truppe sono stremate, le risorse scarseggiano. Le due bombe atomiche  usate erano le sole  e dovrà passare del tempo prima di poterne avere altre: è necessario patteggiare con Tokio in attesa di momenti migliori.

Il mondo viene diviso in due zone di influenza:l’Occidente che fa capo a Berlino e che comprende Europa,  Russia, Africa e  Americhe e l’Oriente, che fa capo a Tokio, che comprende Asia, Australia e Oceania.

L’Italia ha tradito e non solo non entra nella spartizione ma viene fatta essa stessa terra di conquista.

E’ necessario ricostruire le industrie e portare a termine la purificazione della razza.

Intere popolazioni vengono deportate a lavorare in Germania da tutti i paesi occidentali; contemporaneamente vengono potenziati ed estesi i campi di concentramento e di sterminio.

Le popolazioni dei paesi occidentali nulla sanno sui campi di sterminio e le deportazioni sono giustificate e passivamente accettate come necessità momentanee della ricostruzione tedesca, ma molti dei deportati finiscono nei campi e l’opera di sterminio prosegue sempre più efficiente e scientificamente potenziata.

Il genocidio degli Ebrei giunge a compimento. Ora tocca ai neri e poi successivamente agli ispanici, agli arabi, agli indios, ai rossi e ai gialli secondo una programmazione pianificata ed efficientissima . Dove le terre si svuotano vengono impiantate nuove fabbriche  ed altre popolazioni vengono ivi deportate per dare forza lavoro alle nuove industrie e per creare confusione in modo che la gente non cominci a chiedersi dove sono spariti gli ex-abitanti. I continenti cambiano colore ma in questo continuo movimento di intere popolazioni nessuno è più in grado di ricostruire alcunché ed il genocidio può continuare inosservato.

Ora tocca agli italiani, ai greci, agli spagnoli, agli slavi, secondo un piano progressivo di isolamento della razza pura, ossia non solo Ariana ma Ariano-germanica. Le popolazioni nordiche vengono esortate alla procreazione; vengono elargiti premi considerevoli per ogni figlio che viene generato; è necessario rimpiazzare rapidamente i popoli sterminati.

La Ghestapo e’ ovunque, mescolata agli abitanti, infiltrata in tutte le attività  locali. Gli scontenti vengono isolati, deportati e spariscono nel nulla; il terrore chiude le bocche e la diffidenza impedisce la solidarietà.

I tribunali spariscono, i giudici non hanno più ragione di essere, ogni reato viene considerato come una possibile tara razziale per cui anche se viene commesso da un portatore della “razza pura” la pena è solo una: deportazione nei campi di sterminio e morte. Gli elementi più gracili e deboli vengono anch’essi visti come portatori di tare ereditarie e come tali eliminati.

Anche l’arte e la ricerca del bello cadono sotto la scure del regime; infatti molti dei potenziali geni artistici vengono eliminati perché spesso il genio non si accompagna ad un corpo perfetto, inoltre l’arte non può più essere libera ma deve adattarsi alle richieste del regime e anche questo contribuisce alla sua scomparsa. Infine il lavoro, lo studio, l’indottrinamento e l’attività fisica e guerresca impegnano completamente il tempo di tutta la popolazione per cui anche chi, avendo talento, fosse riuscito a sopravvivere, non avrà mai la possibilità di esercitarlo e coltivarlo e pertanto rimarrà inespresso.

La ricerca del bello cessa di avere senso, ciò che importa è la propaganda e l’esaltazione del regime.

Tutto il prodotto culturale che l’umanità ha faticosamente elaborato fin a quel momento viene rivisto e censurato: o perchè frutto di razze inferiori, o perchè potenzialmente pericoloso per le idee destabilizzanti e sovversive, o perchè ritenuto inutile. Questo è indubbiamente il periodo più buio di tutta la storia dell’umanità.

Poco rimane di ciò che ha reso grande l’uomo. Solo l’attività scientifica e tecnologica vengono potenziate. In particolare molte risorse vengono convogliate sull’ingegneria genetica. Il culto della razza perfetta fa sì che non ci si possa limitare ad accettare solo ciò che viene trasmesso ereditariamente perchè  le imperfezioni, le debolezze e le tare non sono eliminabili, e così si giunge alla determinazione di intervenire geneticamente anche sull’uomo. Già molto si è fatto sugli animali, creando nuove specie,  masse  informi ed abnormi atte a fornire carne, latte, uova, pelli,  piume ed altro utilizzando il minor spazio possibile ed alimentandole con generi di scarto, quasi spazzatura. Per l’uomo si e’ privilegiato la perfezione fisica, il corpo statuario ed eccezionalmente forte,  l’intelligenza fredda e calcolatrice, il carattere forte, lo spirito gregario. Nulla può più essere lasciato al caso per cui è necessario intervenire sui cromosomi dei genitori ancor prima del concepimento. Le coppie stesse vengono preselezionate tramite una banca dati e l’uso dei computer in modo che la combinazione genetica sia la migliore possibile. Non ci si sposa più per amore ma per la grandezza dell’impero occidentale.

Nasce l’uomo specializzato: l’operaio, lo scienziato, il burocrate, l’insegnante, il soldato. La società si divide per caste ed ogni casta tende ad affermare la propria importanza spesso a scapito delle altre. Si instaura una gara permanete tesa a migliorare l’efficienza della casta. I componenti delle caste tendono così a differenziarsi anche  fisicamente: negli scienziati prevale la grandezza della testa rispetto al corpo, nei soldati invece e’ il corpo che acquista sempre più dimensioni maggiori e così via. Si continuano anche gli esperimenti sulle razze inferiori:  infatti parte di quelli che non vengono eliminati nei campi sono a disposizione dei chirurghi per la sperimentazione e per la banca degli organi. Si trova il modo di far sopravvivere un cervello umano disgiunto dal proprio corpo. Si scopre che un cervello umano impiantato su di una macchina ne aumenta enormemente l’efficienza. Nasce una strana creatura, mezza uomo e mezza macchina: la biomacchina. La biomacchina può trovare impiego negli usi più disparati: da quello domestico a  quello commerciale, dal settore dei trasporti a quello bellico.

La simbiosi cervello-macchina ha però il suo punto debole nelle condizioni critiche in cui il cervello deve perennemente vivere: temperatura rigorosamente costante, flusso continuo del sangue opportunamente ossigenato e continuamente rifornito di sostanze nutritive, cambio periodico del sangue  a cui provvedono le continue trasfusioni effettuate prelevando il sangue dalle razze inferiori. A questo proposito si è pensato che  invece di sopprimere gli “impuri” nei campi   con le camere a gas, è spesso più conveniente farlo tramite dissanguamento totale da cui il riutilizzo del sangue per le biomacchine. La tecnologia comunque procede a passi da gigante: viene creata una nuova sostanza in laboratorio detta”cristallo a molecole orientabili”.
Tramite l’invenzione di opportuni scanner e stampanti a 3D era possibile ricopiare e ricostruire con questo nuovo materiale ed in modo fedele il cervello di ciascun uomo che volesse sottoporsi all’indagine che di per sé stessa non era né invasiva né dolorosa.

Questi cervelli così ricopiati e ricostruiti, sottoposti ad opportune differenze di potenziale elettrico nelle varie terminazioni nervose avevano la proprietà di registrare al loro interno  un numero grandissimo di informazioni; in pratica erano una eccezionale memoria. Ma la svolta epocale si è determinata quando si è scoperto che collegando questi cervelli costruiti, tramite elettrodi opportunamente posizionati in vari punti di un cervello umano il cristallo era in grado di acquisire  tutte le informazioni e le funzioni che erano proprie di quel cervello, In ultima analisi esso ricopiava fedelmente tutto ciò che era contenuto in quel  cervello, ricordi compresi. L’unico neo di questo procedimento consisteva nel fatto che il cervello umano nel venire ricopiato veniva anche contemporaneamente distrutto, ma questo aveva poca importanza avendo a disposizione tutto il materiale che occorreva.

Vengono affiancate alle biomacchine le prime macchine ad intelligenza artificiale dette “macchine ad intelligenza acquisita”. Le macchine così ottenute hanno la stessa coscienza e consapevolezza del cervello da cui sono derivate, ne conservano i ricordi e pensano allo stesso modo per cui l’io che esse esprimono  crede di essere lo stesso di quello da cui sono derivate, e forse e’ proprio così. Il fatto poi che nel passaggio si distrugge il cervello originario ha indotto qualcuno a ipotizzare che vi sia il passaggio completo dell’anima dall’una all’altra forma.  Alcuni credono così di aver raggiunto il sogno dell’immortalità. Viene fatta una legge per  cui chi intende sottoporsi al “passaggio” conserva patrimonio, titolo ed incarico nella nuova condizione. Molti scienziati, politici, uomini d’affari, burocrati , comandanti militari   o uomini importanti in procinto di morire si sottopongono così al “passaggio” unitamente a tutti coloro che si illudono così di aver conquistato l’immortalità. Il regime incoraggia  il nuovo fenomeno poiché esso contribuisce alla grandezza della Germania e non lascia così troppo potere nelle mani degli “inferiori” utilizzati per lo stesso scopo ma di natura operativa manuale o bellica.

Le macchine ad “intelligenza acquisita”, come sono state denominate, col trascorrere del tempo perdono sempre più il connotato “umano”. Il fatto di non essere più soggette all’azione degli ormoni, alle passioni, al dolore o al piacere le trasformano rapidamente in esseri esclusivamente razionali. Non è più così facile dirigerle e comandarle anche perchè tra di esse, anche tra quelle derivate da ”inferiori” si e’ andata stabilendo una strana solidarietà basata sulla logica della convenienza. Una macchina siffatta sente infatti più vicina a sè, più simile a sè, un’altra macchina,  anche se derivata da un “inferiore” che non un membro della propria ex casta. Il fatto poi che molte di esse hanno conservato la disponibilità dei propri beni le rende indipendenti dal potere centrale. Il governo si rende conto del potenziale pericolo che potrebbe derivare dal potere delle ” macchine ” e cerca di correre ai ripari. Vengono sospesi i nuovi “passaggi” e si cerca di disattivare alcune delle macchine a cominciare da quelle derivanti dagli inferiori.

Nel frattempo la corsa agli armamenti è continuata e i due blocchi contrapposti, l’occidentale e l’orientale,  si fronteggiano  da sempre pronti allo scontro finale.

Un giorno, all’improvviso, la situazione sfugge dalle mani del fuhrer: la casta delle macchine soldato, consapevole del tentativo  del governo di volerle disattivare, conscia della propria immunità alle radiazioni, decide l’attacco. Il numero di bombe all’idrogeno che vengono lanciate dalle due parti è sufficiente a distruggere ogni forma di vita del pianeta, compreso le biomacchine ed  i microrganismi.

Solo le macchine ad intelligenza acquisita si muovono ancora e danno inizio alla civiltà  post-umana.

Improvvisamente Adolph Hitler, come  risvegliato da un sonno profondo, si ritrova al cospetto del suo Creatore. Egli è profondamente scosso, non può  mettere in dubbio ciò che ha visto; tutto è  così logico, così contenuto in embrione già nell’ideologia che egli ha creato che gli sembra perfino impossibile di non essere stato capace di averlo previsto a suo tempo: egli, se avesse vinto, sarebbe stato  l’annientatore della razza umana. Non solo avrebbe condannato all’estinzione la propria specie, ma anche ogni altra forma di vita del  pianeta terra.  Improvvisamente si rende conto di tutto quel dolore gratuito e senza senso che aveva  così copiosamente elargito, si rende conto della propria pochezza e stupidità e finalmente, anche se purtroppo a tempo già scaduto, ha orrore di sè stesso:

“ Signore io non sono degno di stare al tuo cospetto. Cancella me e le mie scellerate azioni dall’universo per sempre; io sono stato accecato dalla mia smisurata presunzione ed ho pensato che avrei potuto costruire un mondo migliore di quello che tu ci avevi dato. Nella mia immensa stupidità ho ritenuto possibile sostituirmi a te nella creazione del mondo ed ho solo dimostrato la mia inettitudine. Non ho giustificazioni per il sangue versato né attenuanti per tutto il dolore che ho generato. L’universo intero ha sofferto la mia ingiustizia, cancella me ed essa dalla storia dell’umanità. Ritorna al momento del mio concepimento e fai che mia madre mi abortisca  nel suo seno, o fai che mia madre e mio padre non si incontrino mai, oppure secca i testicoli di mio padre e inaridisci il ventre di mia madre, o poni sui miei antenati il segno della tua maledizione affinché  la loro discendenza si estingua per sempre prima che possa giungere a me.

Ma COLUI CHE NON HA NOME  gli rispose:  “Io non posso far tornare indietro dall’essere ciò che è. Non c’è nemmeno la parola che dica il contrario di creare: ciò che è è e ciò che è stato fatto continuerà per sempre ad esistere nel passato e continuerà per sempre a produrre il suo effetto sul futuro. Io non posso cancellare il tuo male, ho dato a te, come a tutti gli altri, la libertà di scegliere e se la togliessi a te la toglierei a tutti perché  ogni azione sarebbe condizionata dal suo esito. Che cos’è  la libertà se poi si può separare il buono dal cattivo ed impedire che il male possa compiersi? tu sei il rischio vivente  che la libertà deve correre,  il prezzo della libertà, poiché  la libertà  è più importante del rischio che tu e quelli come te rappresentano. Infatti senza libertà l’uomo sarebbe meno che niente, un pupazzo che non varrebbe la pena far vivere e che avrebbe tutto il diritto di maledire il suo creatore. Io, come per tutti gli altri uomini, non ti  condannerò per ciò che hai fatto perché se facessi così sarebbe vero quello che tu hai detto di me, ossia che ciascuno ha il diritto di esercitare il potere che ha come meglio crede, senza doverne rendere conto altro che a coloro che gli sono sopra. Io non eserciterò il mio potere su di te poiché ho rinunciato ad esercitare il potere. Per questo non potrò  nemmeno sottrarti alla sorte che tocca a ciascuno, ma che nel tuo caso sarà particolarmente dura: infatti  la sorte che tocca a tutti coloro che non hanno terminato il loro percorso  di crescita è di tornare  a vivere in quel mondo che ciascuno ha contribuito a rendere peggiore o migliore.  Per sette volte, quando rinascerà, ciascuno porterà dentro di sé, ed ogni volta sempre più in profondità, il ricordo di ciò che è stato nelle  precedenti esperienze di vita. Dopo sette volte il ricordo sarà sceso così in profondità che non sarà più possibile raggiungerlo. Fin di sette vite porterai memoria nel tuo profondo ma l’ottava volta avrai dimenticato ciò che sei stato sette  volte prima. Nessuno può portare in eterno il peso delle proprie colpe.

Dopo aver terminato di parlare COLUI CHE NON HA NOME  disse:

“Chi ritiene che quest’uomo abbia terminato il suo percorso di crescita e possa essere accolto tra noi parli ora !”

Ma nessuno parlò: un grande silenzio era sceso, un silenzio così grande che da solo diceva più di quanto le parole possono dire.

E fu così che colui che fu Adolf Hitler venne generato da un’altro ventre ma non venne alla  luce poiché il peso che era in lui non glie lo permise; poi fu generato ancora ma visse per pochi giorni: il ricordo che era in lui era ancora troppo forte e troppo in superficie e la vergogna e il rifiuto di sé stesso erano ancora così grandi da non  lasciargli scampo. Poi nacque ancora e visse poche settimane perché ancora il senso di colpa e di vergogna lo fecero morire ed ancora nacque e visse due anni e ancora morì. Morì sempre tra atroci sofferenze poiché desiderava comunque morire ed espiare: ciò che aveva fatto era troppo malvagio per poter essere sopportato, anche se non ne ricordava coscientemente lo svolgimento.

Ancora ciò che fu un tempo Adolph Hitler nacque e visse quindici anni e morì ancora di morte violenta sfracellandosi con il proprio motorino contro un albero. Egli continuava a comportarsi come il lem che, senza sapere perché, cerca insistentemente e con fatica la propria distruzione. Per la sesta volta colui che fu Adolph Hitler nacque da ventre di donna e visse trent’anni fra atroci sofferenze,  sballottato da un ospedale all’altro, incapace di guarire, incapace di voler guarire, e per la settima volta nacque e per la settima volta la sua vita non fu né facile né felice. Uomo triste cercava la solitudine e viveva nell’ombra,  come chi prova vergogna a vivere nella luce, e per la settima volta desiderò la propria morte e l’ottenne.

L’ottava volta nacque un uomo che non ricordò più, nemmeno nel suo profondo, di essere stato Adolph Hitler. Egli visse poco poiché fu vittima, questa volta innocente, della violenza altrui. Anche a lui toccava portare  il peso che ogni vita costringe a portare: il peso non solo delle proprie azioni ma anche quello delle azioni altrui. Quando morì egli si ricordò, come  succede a tutti gli uomini,  delle sue sette vite precedenti  ma non dell’ottava e chiese di essere condotto dinnanzi a COLUI CHE NON HA NOME  :

“Perché mi hai fatto nascere sette volte e  per sette  volte mi hai fatto morire prematuramente tra atroci sofferenze? che male ho mai potuto fare, io, piccolo uomo debole,  a te, l’Onnipotente, per meritare da te tanto dolore? quale colpa ho mai commesso per  essere così inviso ai tuoi occhi ? Quale giustizia è mai la tua se permetti che l’innocente patisca indifeso le insidie che tu gli hai posto  sul cammino? Per sette volte mi hai strappato alla vita: ero fanciullo, inerme, innocente, ero malato e solo, ero disperato, stanco  e senza colpa. Ho invocato il tuo nome e tu non mi hai ascoltato, ho chiesto la tua misericordia e tu non mi hai degnato di uno sguardo, ho chiesto il tuo aiuto e tu mi hai lasciato precipitare nell’abisso .

Tu sei il creatore del mondo ed ogni cosa che succede nel mondo è sotto la tua responsabilità. Tu sei il mio Creatore. Anche la mia colpa, se pur colpa vi è stata, è sotto la tua responsabilità. Perché allora punisci me per ciò che è tuo?

Ma soprattutto perché non mi guardi con benevolenza ? perché riempi il mondo di tante creature se poi non ti sono care ? Che siamo noi forse i balocchi della tua solitudine ? Giocattoli usati soltanto  un attimo, gettati in un canto e dimenticati per sempre ?”

Allora COLUI CHE NON HA NOME  lo guardò negli occhi e gli disse: “Dove eri tu quando io creavo il cielo e le stelle ? dove eri quando plasmavo il cervo nel seno di sua madre?….. “ e poi COLUI CHE NON HA NOME  gli sorrise e gli fece sentire che lo amava e quell’uomo non chiese altro e trovò finalmente la propria pace.

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