L’IRA DI ZEUS

L’IRA DI ZEUS

Se lei m’avesse detto dei miei occhi
del volto interessante o dell’aspetto
oppure, che ne so, che ho fiero il viso
dentro di me, lo so, ne avrei sorriso.
Ma in una notte nera e senza luna
solo per vincer la monotonia
Lasciai uscire un raggio
Di luce e poesia
Dall’intimo profondo ove s’adagia
Nel solitario star l’anima mia.

Lei mi guardò stupita
Sorpresa, incuriosita
chissà, forse colpita
come da un lampo subito svanito
da quel mio mondo appena rivelato.
Mi parve in quel momento
che lei si fosse accorta
della chiave che apre la mia porta
e ne sentisse voglia
d’oltrepassar la soglia

Io per mestier fo maschere e armature
e modello di cuoio e di metallo
e do di forgia e incudine e martello
e formo e batto e spiano
e lucido e cesello
e intarsio madreperla oro e corallo
e col bulino rifinisco il fare
finché dall’arte mia nasce sicura
morbida cose fuori e dentro dura
così mi parve strano
d’aver lasciato nella mia armatura
lucente cromatura
piccol pertugio a intraveder l’umano.

L’INNAMORAMENTO
L’intensità di quel suo sguardo nero
quel modo di guardare serio e altero
quel modo di scrutarmi fuori e dentro
che brivido ho sentito in quel momento
e come il tempo muta all’improvviso
e il vento assilla e sale e non si placa
il mio pensier verso di lei mi mosse
e mentre prima era tra tanti un viso
or la volevo e avevo già deciso.
Pur mi dicevo in cuor queste parole:
che fare per poterla innamorare
Non ho né giovinezza né bellezza
né altro di visibile da offrire
ma ecco quello che le posso dare
le posso conferirle il gran potere
d’accendere e di spegner la mia vita
e sol di lei così poter cantare
e per la sua bellezza ed il mio canto
tutti di lei farei innamorare
e non è poca cosa questo dare
e misi mano al piano
e come il pescatore getta l’amo
e aspetta
e con la mente corre e va lontano
lasciai Pensiero libero d’andare
così dentro di me presi a sognare
come colui che insegue la sua orma
e gira in tondo e va ma senza andare
e vidi cose ambigue da capire
e nella mente mia colsi un segnale
che nella mente sua forse non c’era
o forse c’era ma non era eguale.
Quando si lascia libero il pensiero
d’andare tra invenzione ed illusione
sicché confondi il sogno con il vero
quel che ne viene è dolce ma è finzione
e l’uomo accorto non si fa ingannare
ma io che d’esperienza son carente
lasciai fantasticare la mia mente
ché il gioco mi piaceva da giocare
così che tutt’a un tratto
fattosi un gran silenzio
sentii che si svegliava il fuoco matto
il crepitare di quel fuoco antico
flebile, assopito
che io credevo spento
ormai da tanto tempo
e all’improvviso
un turbine
un tuonare
una tempesta
un volteggiarmi in testa di emozioni
come foglie d’autunno
quando il vento
forte a folate
tutto si riempie
ed io restai così
stordito e assente
ma dentro un gran tremore mi scuoteva
diviso tra paura e turbamento
tra voglia d’afferrar vita fuggente
e pavido e prudente pensamento.

Innamorarsi è cosa da ragazzi
perciò fui colto inerme e impreparato
e inaspettato giunse quell’assalto
il ponte levatoio era abbassato
la mia corazza ancor slacciata e aperta
e la celata alzata sul mio viso
lo scudo non tenevo sull’allerta
né man sull’elsa stava sull’avviso.
Non ero pronto a sostenere il colpo
solo un momento prima
era soltanto un gioco

Innamorarsi a vent’anni è cosa grande
cosa bella, preziosa, dono raro
ma a cinquant’anni è come un uragano
che mescola ogni cosa alla rinfusa
e passa e sbatte e poi squassa e devasta
e non s’oppone a lui debol difesa
ed io
fragile barca sola in mezzo al mare
m’ero già rassegnato a la mia resa.
Innamorarsi a vent’anni è una scoperta
andar per due in strade misteriose
ma a cinquant’anni è una ferita aperta

una febbre
un ardore
una pazzia
sentire il cuor che batte ancora forte
e non vuol rinunciare all’utopia
e lotta col buon senso e la ragione
e letica
e si arrabbia
e si ribella
e fa i capricci come fa un bambino.
Se solo tu sentissi l’emozione
la passione
il tremore
lo stupore
di sentire che sei ancora vivo….
Chissà quant’ancor tempo avrà a passare
prima che tu capisca quel che dico.

AMORE
Amore prepotente, amor che vieni
amore misterioso che incominci
amor che tutto puoi e tutto ottieni
amor che tutto dai e tutto vinci
io t’ho incontrato amore innamorato
e t’ho trovato eppur non t’ho cercato
e gli occhi tuoi sognanti m’hai portato
e dentro agli occhi tuoi mi son perduto.
Amore amore amore amore amore
e dico ancora amore e mai mi stanco
amor che m’e’ successo che m’ hai fatto
quale stregoneria quale incanto
ch’altro che a lei non penso
e penso tanto.
Gli occhi lontani fissi chissà dove
o forse, chi lo sa, dentro soltanto
a rimirar sé stesso innamorato
amor io t’ ho incontrato amore amato
e ancor stordito
scosso
frastornato
son qui tra il trasognato e lo stupito.

Forze nascoste e poi dimenticate
represse come in vaso di Pandora,
si liberaron tutte assieme a un tratto
e mi scoppiò nel cuore un gran fragore
che lo sentì perfino
Dall’alto dell’Olimpo Zeus divino.

ZEUS
Dal grande capo e dal possente aspetto,
la chioma scarmigliata a incorniciare
l’aspro ed irsuto volto e il fiero sguardo
che non distoglie mai dal sostenere
lo sguardo altrui peraltro che non sfida.
Occhi profondi e acuti ed aggrondati
folti capelli nero inargentati
la barba incolta e scura e brizzolata
a dar vigore al viso accipigliato.
Serio e imponente e in bianco panno a toga
morbidamente avvolto e accarezzato,
alto non pare eppur dall’alto guarda
e non sorride mai e non sussurra
ma parla forte o ride
con voce sua potente e rimbombante
ché non s’addice a lui mezza misura.
Ed aulico e composto è il proferire
ché lui non parla ma declama e dice.
Superbo e tronfio eppur grave e solenne
s’offre all’altrui mirare compiaciuto.
Grande nel consentir, grande nell’ira
ha posto sé a misura d’ogni cosa
e tutto al vaglio da del suo arbitrato.
Amabile non è e neppur benigno
ma s’egli non ci fosse a compiacerti
donde trarresti forza al tuo operare ?
Ché il suo giudizio val più d’ogni cosa
e a capo alzato e fiero ti fa andare.

Zeus così tuonò dall’alto luogo:
“ Fate tutti silenzio
che e’ ormai da molto tempo che non sento
tanto frastuono e tanto turbamento.
Giorno felice
giorno di gran festa
vada la noia via
ché finalmente
oggi si sente
Scorrer la vita sulla cruda terra
d’amore avara e d’ogni cosa bella.
Ecco il nettare mio che mi consola
che della noia mia lenisce il male
ecco che giunge e tutto mi pervade
come dall’olocausto sull’altare
ecco
dell’emozione il fumo sale
a riscaldarmi l’animo e il pensiero
con sacrificio vero –
Tacque l’olimpo tutto in gran rispetto:
“ Sia presto al mio cospetto Ermes l’alato
Che v’è per lui il compito più grato
vedere e riferire
Di questo amor sì grande appena nato.”
Ermes subito andò e qui arrivato
Eros trovò confuso e imbarazzato
Ché di due frecce una solamente
Aveva avuto l’esito voluto

Ed Ermes mi trovò
Sì disperato e affranto,
Che preso da pietà disciolse il pianto
che per pudore dentro ritenevo.
Pianto lasciato ormai da tanto tempo
senza singulti
senza alcun lamento
solo lacrime calde
gocce d’amor soltanto
uscivan dai miei occhi lentamente
nuova sorgente di malinconia
fonte silente che sgorgava via
Quanto struggeva in me d’anima mia.

Le pene dell’amore sono amare
E amaro è il non saper perché si pena
Se solo lei avesse valutato
a mente aperta
libera
serena
quanto la qualità possa esaltare
e la maturità renderla piena
di cose che la vita non sa dare
altro che al suo calare verso sera.

Ma io non ho le cose in cui lei spera
Ho cose che si possono vedere
soltanto quando c’è poco chiarore
meglio se c’è soltanto luce spenta
e lei che ha gli occhi al sole risplendente
abbacinata non distingue niente
Così si immolerà per un narciso
bello d’aspetto
e ancor più bello il viso
che non saprà nemmeno immaginare
quante cose di lei si può cantare
tutto rapito
preso ed estasiato
a rimirarsi il volto rispecchiato.
E lei splendida a me
frutto proibito
che la cacciata val dal paradiso
non saprà mai del filo che ha reciso
e sola resterà nel labirinto
Preda del Minotauro per istinto.
Eppure mi dicevo nel mio cuore
non son così inesperto e sprovveduto
da non saper conoscere il calore
che c’era in quel suo sguardo di velluto
quando la sua attenzione mi scaldava
e l’innamoramento incominciava.
non c’era in lei sentore di rifiuto
non cera voglia di fuggire via
ed al mio gioco lei s’abbandonava
col viso serio e il cuore compiaciuto
e allora mi son chiesto tante volte
perché non ha portato il gioco in fondo ?
Ma certamente
io so che le piacevo veramente
e che se fosse stata più sincera
con il suo cuore
avrebbe colto l’attimo leggero
che fugge via per sempre
e poi l’avrebbe custodito dentro
come un tesoro raro
come un tesoro vero.

Ma poi che vale stare a rivangare
e chiedersi perché non è accaduto:
quello che conta è quel che non c’è stato
il resto poco importa ed una porta
s’è chiusa dietro a me improvvisamente
e tutta la mia mente
soltanto questo sente.

e la tristezza stese il suo mantello
ed oscurò il sole del tramonto
e venne sera senza stelle in cielo
e senza luna
e venne notte senza l’usignolo.
felicità perduta già da sempre.
E mentre al fato mio m’abbandonavo
In cuor così tra me mi disperavo:

NOTTE
Perché i tuoi figli o Notte mi hai scambiato ?
Ipnos mi hai tolto e Thanatos mi hai dato !
Ipnos dal dolce tocco che consola
e culla al suo obliar l’anima sola
e dissolve l’angoscia e il cuor distende
e canta ninne nanne e poi ti prende
tra il soffice vagar dove ti guida
e al sonno induce e al sogno poi t’affida.
Notte perché con me ora sei dura ?
Prima mi consolavi
Ora mi fai paura.
Ipnos mi hai tolto e Thanatos m’ hai dato
perché mi vuoi vedere disperato?

THANATOS
Dal bel cipiglio fiero e tenebroso
pallido il volto
sguardo misterioso.
Chioma nera e ondulata a risaltare
l’auster scavato viso di intensità lunare.
Labbra sottili, esangui, occhi che sanno
profondi occhi che seguono dall’ombra.
Alto e slanciato e avvolto in nero panno
dal freddo accarezzar che il cuor ti stringe.
Bel portamento e passo silenzioso
vago sentor che al brivido costringe
dal tocco forte Thanatos da morte.
Come la biscia attrae l’usignolo
che canta l’orror suo alla sua sorte
e gira in tondo e lentamente scende
gir dopo giro finché lei lo prende
così canto per te or che son solo
Per te che mi spalanchi la tua porta.
Tu che il pensier mi culli e hai reso imbelle
e mi trascini al gorgo misterioso
e m’apri il tuo mantello senza stelle
e m’offri il sonno tuo e il tuo riposo.
Canto per te che accogli ognun che viene
canto per te che fai cessar le pene.

EOS
E passa e va la notte lentamente
finché ti veggo giunger da lontano
stagliando i monti cupi piano piano
orlando nube e nube di colore
danzando per il ciel liberamente
toccando come fai con ogni cosa
con le tue dita rosa
Eos dal buon chiarore
che vieni la mia mente a sollevare
dal peso della veglia delle ore
ed i veleni sciogli della notte
e il torbido languor dalla mia mente.
Nel buio tutto sembra ancor più grave
tutto m’appare cupo e senza scampo
e aleggia un aria pesa, un’aria greve
come sotto l’effetto di un incanto
e il mio pensier si riempie dei fantasmi
nati dalla mia voglia d’andar via
e l’aria si fa piena dei miasmi
della mia fantasia.
Perciò t’accolgo grato e con favore
Eos dal buon odore
fresca e raggiante amica mia sincera
Eos che la tua man stendi leggera
e spargi la rugiada e i fior dischiudi
ed il tuo pianto e il mio assieme asciughi.
Ed or che già sovrasti su le stelle
e se ne va la Notte a capo chino
lasciando dietro a se sul suo cammino
Lucifero a trattar l’ultima resa
io temo già la sera che verrà
Il sol che cala e il rosso del tramonto
e Vespero che primula fiammella
annuncerà la Notte che ritorna
E mi porrà di nuovo in sua balia.
Perché questa mia voglia d’andar via ?
Questo mesto fuggir vita perdente ?
Perché la stessa stella mi può dare
speranza oppure voglia di morire ?

LUCIFERO E VESPERO
Stella dell’alba, stella della sera
La prima che compare
L’ultima che va via
Stella di gioia e di malinconia
Stella che cambi eppur sei sempre quella
tra tutte la più grande
Tra tutte la più bella
tu sei sul mio cammino
Perché sei la mia stella

IMERO
Labbra carnose e pelle a grana fine
liscia come lisciva di bucato,
pallida e chiara come luna piena,
aspro il profumo e il tocco vellutato
dal fiero aspetto e il viso impertinente
dal pronto ingegno, sguardo penetrante
sfacciato ardir, sorriso accattivante
compagno d’avventura e grande amante
gran tessitor di trame del piacere
audace nel volere e nell’osare
impudico e nel fare e nel guardare
messaggero d’amore e suo mandato
Imero, amico, dove m’ hai portato!
Che strada senza uscita m’hai mostrato
Tu che del desiderio sei l’alfiere
alla sua fonte non m’hai fatto bere
ed or di sete muoio disperato.
Imero, amico, dove m’ hai portato.

ERMES
Ermes dal fine orecchio udì il lamento
sentì il tormento mio e ne fu turbato
da Zeus ritornò serio e accigliato
e disse l’essenziale dell’evento
– Tanto fragor per nulla
lei solo si trastulla
col cuor di lui ma lei non sente niente

ZEUS E PROMETEO
Zeus scosse il gran capo e il volto arcigno
si fece scuro come un temporale
alzò le mani e incominciò a scagliare
saette a dritta e a manca, in terra e in mare
poi maledisse la mortal genia:
razza di nani che non sanno osare
omuncoli incapaci di vedere
più in alto della loro condizione
povera gente che non ha capito
quanto raro e prezioso è il bene amore
che solo li fa simili a noi dei.
Che han da perder a tentar la sorte
lor che d’appena nati
son condannati a morte
che han da conservare avaramente
lor che non son padroni
di trattenere niente
lor che potevan battere ogni strada
tentare l’impossibile e il sublime
ché nulla han da difendere e serbare
e invece tutt’avran d’ abbandonare
come pidocchi stanno abbarbicati
alle miserie lor e alle lor pene.
Osate voi ché a voi è dato osare
se qualcosa di sé il padre vostro
profuse in voi venuti dall’argilla
quand’egli vi plasmò con le sue mani
e Atena vi appiccò vital scintilla.
Se la grandezza ha un prezzo da pagare
ché non può in altro modo esser mostrata
Prometeo che tutto si è giocato
Il prezzo per intero ne ha pagato.
e ben lo posso dir con cognizione
io che ne sono stato l’esattore
ma non son fiero per quello che ho fatto
ed ora
Più non farei quello che feci allora
E che bruciare dentro sento ancora.
E Zeus lasciò lo sguardo andar lontano
a riveder l’antico avvenimento
e la sua voce prese a ricordare
come se fosse là a quel momento:
“ Rammento che l’olimpo era in silenzio
e ogniun provò pietà
orror
sgomento
di quel titano arcano nudo e immenso
Legato ad una rupe in mezzo ai picchi
con l’aquila Echidnea e il gran tormento
e la diuturna pena
a quotidian compenso.
E lui volto lo sguardo verso il cielo
impari sfida al mio potere e al fato
serrò le labbra quasi in un sorriso
strinse le mani ed inarcò la schiena
fece più duro il cuore e duro il viso
e si lasciò umiliar dalla catena
a braccia aperte quasi a contenere
In un totale abbraccio universale
Il mondo intero delle umane genti
come volesse dire a tutti quanti:
“Per amor vostro qui son stato tratto
ché nulla per me feci solamente
e sol per voi ho fatto quel che ho fatto
e non scordate mai chi vi vuol bene
ch’altro non ho compenso a queste pene.”
E non s’udì da lui venir lamento
non chiese mai pietà
non maledisse
né voce mai levò di pentimento
non implorò non pianse e niente disse.
quanta grandezza e quale fiero esempio !
E quando scende il sole e si fa sera
nelle valli del Caucaso si sente
alto e straziante ch’entra nella mente
levarsi forte un grido
che dura tanto da sembrare eterno
e un brivido ripete il suo percorso
lungo le membra fredde
e lungo il dorso
ed il pensier ritorna al gran cimento
ma è solamente il vento
il cui ricordo ancora non s’è spento
che torna a celebrar l’ora fatale
era questo il momento
del banchetto bestial
del triste evento
che accadeva ogni dì
rito serale
teso a saziare
ferale appetito.
Ah ! come avrei voluto liberare
quel grande dal vigor delle catene
ed asciugar quel volto dal sudore
lasciato dal dolore e dalle pene,
ma sullo Stige ho fatto il giuramento
e ho perso libertà su quell’evento.
Sol Eracle al giudizio mi sottrasse
che con il dardo l’aquila trafisse
e sciolse il grande eroe da quella gogna
e cancellò da me la mia vergogna.
Poi Zeus continuò la sua invettiva
e voi che da lui foste generati,
non ricordate niente,
ingrati d’esser nati
voi che da lui prendeste il primo andare,
siete rimasti fermi,
fiori ancor da sbocciare.
Chissà, forse verrà la primavera
e sboccerà coi fior novella era,
ma a voi sembra confar l’eterno inverno
e più che all’alba voi sembrate a sera
dove a sperimentar niun si dispera
lo statico immutare
del freddo siderale
ma questo prezzo è nostro e a noi compete
noi che di quantità d’anni abbiam fame
e di viver non ci togliam la sete
almeno voi la qualità scegliete.
Che n’è di Prometeo, l’antico,
di quell’ardor pagato a sì gran prezzo
di quel gigante astuto eppur ribelle
che fe’ della grandezza il proprio sprone
e tutto ha dato contro ogni ragione ?
Tu che potevi dar fuoco maggiore,
giovin fanciulla dai capelli neri,
tu che non hai lasciato i tuoi pensieri
correr sull’ali d’immaginazione,
a te fu riservato il gran portento
d’esser nuova prometeo al tuo tempo
ma tu hai scelto l’infimo e il banale
e il troppo grande l’ hai lasciato andare
che ne sarà di te ragazza mia !
ti donerai ad un uomo normale
la cui passione non farà rumore
neppure uno stormire
un bisbigliare
vivi l’infima vita tua mortale
vivi l’inutil tempo che ti resta
di te non rimarrà nella mia testa
altro ricordo a questo tuo passare.